articulotuttoscuola575x375In tutto il mondo circa 40 milioni di ragazzi e ragazze usufruiscono di un’educazione differenziata in base al sesso. I dati sull’efficacia di tale modello educativo sono abbastanza documentati. Per esempio, in Australia esistono attualmente 1479 scuole differenziate, delle quali 139 sono pubbliche. Nel 2001 si è conclusa la ricerca dell’Australian Council for Educational Research, un organismo indipendente di ricerca che ha seguito 270.000 studenti nell’arco di sei anni. Il rapporto ha concluso che gli alunni educati in classi omogenee avevano ottenuto risultati scolastici tra il 15 e il 22% migliori rispetto ad alunni appartenenti a scuole miste.
In Gran Bretagna, invece, ci sono 1902 scuole differenziate per ragazzi e per ragazze: 416 state schools e 676 independent schools. In base agli ultimi risultati (2008) del General Certificate of Secundary Schools 81 delle 100 scuole con i migliori risultati sono single-sex. E’ interessante notare che anche nell’ambito delle state school, tra le 100 scuole con i migliori risultati, 25 sono single-sex e 4 sono miste.
Questi e altri dati sono emersi in occasione del 2° congresso internazionale sull’educazione differenziata promosso a fine aprile a Roma dalla E.A.S.S.E. (European Association Single Sex Education) sul tema “Modelli di scuola nel XXI secolo: la proposta dell’educazione differenziata per ragazze e per ragazzi”.

Nuove idee anche per le classi miste dal
congresso sui “Modelli di scuola nel XXI secolo”

Per sgombrare il campo da possibili allarmismi o malintesi, chiariamo subito che la proposta dell’educazione differenziata (anche detta omogenea o monogenere) non ha nulla a che vedere con  fobie sessiste e meno ancora punta a relegare uno dei due sessi in ruoli subalterni rispetto all’altro. Non mira a difendere ruoli maschili o femminili rigidamente ancorati a strutture socio-culturali del passato.
La proposta dell’educazione differenziata è, invece, un progetto che favorisce l’inclusione sociale, come avviene per esempio dal 2002 in quartieri di New York quali Harlem e Bronx, dove il 70% della gente vive sotto i limiti di povertà. E ciononostante grazie all’educazione differenziata vi si ottengono, per esempio, indici di accesso all’università superiori alla media di tutta la città. Questi e altri risultati sono il frutto della personalizzare dell’attività educativa, finalizzata alla valorizzazione di ciascun alunno/a, con le sue concrete peculiarità, con la sua originalità, con il suo essere maschio o essere femmina.
Tenere conto a scuola del fatto che neurologia, genetica e psicologia evolutiva suggeriscono che alcune differenze tra maschi e femmine sono innate e non prodotte dalla società è il presupposto per garantire realmente pari opportunità sociali e lavorative agli uomini e alle donne di domani. In questa prospettiva, l’educazione differenziata prevede modalità e strategie didattiche differenti, ma il curricolo per i ragazzi e le ragazze è lo stesso, la preparazione che si esige ha la medesima qualità, il livello dei docenti è analogo.
Negli ultimi decenni si sono moltiplicate le ricerche, che hanno offerto informazioni preziose per l’attività docente. E’ possibile infatti adeguare maggiormente le proposte educative agli allievi e alle allieve. Ovviamente sarà più facile nelle scuole omogenee, ma anche gli insegnanti di scuole miste possono giovarsi dei risultati di queste ricerche.
Senza potere in questa sede approfondire l’argomento, si possono citare alcuni dati emersi dal congresso. Per esempio, è stato osservato che i maschi sono più avventati, mentre le femmine più  riflessive. Ai ragazzi, inoltre, piacciono l’azione, la competizione, gli oggetti inanimati e sono maggiormente sobri nel manifestare i propri sentimenti. Lo sviluppo intellettivo, affettivo, verbale, esperienziale e maturativo di una ragazza di quattordici anni equivale a quello di un ragazzo di diciassette o diciotto anni. Non è strano quindi che le prestazioni scolastiche di molti  ragazzi peggiorino a causa del continuo confronto con le ragazze, che produce su di loro un effetto inibitorio, con conseguenze negative anche in ambito relazionale. Tenere conto di questi dati, spesso fa la differenza. E’ stato ribadito che occorre una specifica formazione dei docenti alle tematiche della valorizzazione delle specificità femminili e maschili. La semplice separazione dei sessi non è di per sé sufficiente a garantire una reale educazione differenziata.
In questa linea sono stati apprezzati gli interventi di Leonard Sax, psicologo, direttore esecutivo della National Association for Single-Sex Public Education (USA), e di Sheila Cooper, direttore esecutivo della Girls’ Schools Association (Gran Bretagna), che hanno esposto le principali differenze nell’apprendimento tra ragazzi e ragazze e alcune efficaci pratiche pedagogiche in uso nelle scuole femminili.
Sul piano sociologico, sono state citate le conclusioni di una metanalisi diretta dal sociologo americano Cornelius Riordan e condotta, per incarico del Departement of Education degli USA, sulle principali ricerche pubblicate tra il 1984 e il 2005 sugli effetti delle scuole omogenee e di quelle miste. I risultati dello studio sono stati raggruppati in sei aree: risultati a breve termine nell’istruzione, risultati a lungo termine nell’istruzione, sviluppo socio-emozionale a breve termine, sviluppo socio-emozionale a lungo termine, percezione della cultura scolastica, soddisfazione soggettiva. Tutti i dati esaminati sono complessivamente favorevoli alle scuole omogenee per sesso.
Al di là delle preferenze per il modello omogeneo o per quello misto, è comunque interessante evidenziare un’anomalia, sottolineata durante i lavori: negli anni Sessanta, il passaggio dalla scuola omogenea a quella mista è avvenuto senza un previo adeguato dibattito pubblico e, soprattutto, senza una seria sperimentazione e riflessione pedagogica. C’è stata solo un’estesa campagna di opinione pubblica. Una sintesi degli atti del 2° congresso internazionale è stata pubblicata nel volume “L’educazione differenziata per le ragazze e per i ragazzi. Un modello di scuola per il XXI secolo”, a cura di Alessandra La Marca, Roma, 2009.
Da un paio di anni a questa parte qualcosa si muove anche in Italia. Per esempio, nel marzo del 2007 all’Università di Palermo si è svolto un convegno promosso dall’Associazione Pedagogica Italiana, sull’attenzione alle differenze di genere a scuola, dal quale è emersa l’idea dell’opportunità di verificare sperimentalmente come differenziare l’insegnamento e come promuovere nella scuola italiana una maggiore attenzione alle specificità di genere degli alunni e delle alunne, secondo modalità organizzative che possono essere molto varie. I principali interventi sono stati raccolti nel volume “La valorizzazione delle specificità maschili e femminili. Una didattica differenziata per le alunne e per gli alunni”, a cura di Alessandra La Marca, Roma 2007.
Altra pietra miliare è stata la pubblicazione del primo libro che in Italia approfondisce l’educazione differenziata, “Maschi e femmine a scuola. Le differenze di genere in educazione”, a cura di Giuseppe Zanniello, Torino 2007, che raccoglie contributi di vari studiosi italiani e stranieri.
Sulla scia del dibattito internazionale, alcune università hanno incluso nella formazione dei futuri insegnanti almeno una sintesi delle recenti acquisizioni delle neuroscienze sulle differenze di genere e sulle loro conseguenze nell’attività didattica. In questa linea, anche alcune scuole miste hanno iniziato a sensibilizzare i propri docenti.

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E.A.S.S.E. (European Association of Single Sex Education) raccoglie enti di 18 Paesi europei che promuovono l’educazione differenziata. E’ nata nel 2005, ha sede a Ginevra e ha come obiettivo principale promuovere la ricerca scientifica sull’educazione personalizzata e differenziata tra ragazzi e ragazze. Le caratteristiche maschili e femminili vanno valorizzate nella loro specificità durante il percorso scolastico.